Perfil de francescaLa regina dei dannatiFotosBlogListasMás ![]() | Ayuda |
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death la terrra è fredda
e dentro questa bara si soffoca
l'odore del legno è nauseante
le spine delle rose ke mi hanno messo dentro mi pungono le mani
sento dei passi
mi stanno mettendo dei fiori
c'è qualcuno ke piange- e gli trema la voce
vorrei urlargli ke sto bene
ma il suono é soffocato , qui piu nessuno mi sente
sangue
sangue ke scorre dalle ferite del mio cuore
sangue che sgorga dalla bocca
occhi cerchiati di nero
lividi sul corpo
mani fredde
angoscia
buio
tanto freddo
turbamenti
uno scheletro danza leggiardo
un teschio ke cade
urla soffocate
una bambina cerca di liberarsi
si vede ancora il terrore nei suoi occhi
piccola dove scappi
questo è il tuo mondo
qui sei sola
unghie affilate penetrano nella carne
ossa rotte
batti cuore da tormento
luna nera
odio dolore
farsi del male........frasi del male
dondolare nell' oblio
chiudi gli occhi ... è stai attento qundo li apri
potresti ritrovarti sotto terra
potresti non vedere piu quel sole pallido
che sembra sorriderti
illuso!!
illuso!!
l'amore e la felicità non esistono
c'è solo il tormento la distruzione
la morte di ki piu ti è caro
tante ferite
ferite che perdono troppo sangue
mai si rimargineranno
mai qualcosa sarà bello
ma qualcosa ti compenserà
dell'amore dato
siamo tutti qui
in questo limbo di dolore
terrore
di guarire forse!!
e allo stesso tempo di continuare a star male
terrore di ritrovarmi ancora a vomitare demoniI demoni che strisciano nell'ombra con occhi d'abisso e pelle di bruma i demoni che mi assaltano e mi dilaniano il cuore tremante gonfio di contraddizioni dolorose con fameliche amorevoli zanne d'acciaio i demoni, i demoni, la mia gente che viene a reclamarmi, perchè li ho traditi: ho lasciato la mia tomba in segreto e ora cammino sulla terra e parlo coi vivi; invece i morti non parlano mai, non devono, giacchè i vivi fraintendono tutto lo distorcono e lo sviliscono con sciocche chiacchere... Demoni! demoni! Lasciatemi stare ancora un pò su questa terra a camminare sotto il sole portandomi la morte dentro, nel cuore, e sopportando tutto. Tutto. Fino alla fine...... Quando sarò stanca tornerò, ve lo prometto demoni, fratelli miei, tornerò a distendermi nell'umida terra tra abbracci di radici e mormorii di demoni sussuri di ricordo, di vendetta e di volontà io tornerò a distendermi e non parlerò più con nessuno riposerò la stanchezza nel silenzio sprofondando in un lago di tenebra ed amando la nostra casta amante amando la morte attenderò senza fretta un nuovo grembo di madre ma solo dopo, solo dopo che avrò amato la morte silenziosa amante sul fondo del lago di tenebra... il vampiro...Il Vampiro Chiuso in una stanza buia Non gli interessava chi o cosa... lui doveva uccidere. il vampiro
dalla finestra e cominciare a strisciare giu dal muro del castello sopra quel terrificante abisso,mentre il mantello gli svolazzava intorno in guisa di grandi ali....fu cosi ke ,in una notte di luna il giovane scorse il suo nobile ospite,mentre si trovava in transilvania.......il conte alto ,pallido e sempre vestito di nero -si era comportato in modo strano . quando dalla valle ke si stendeva sotto l'avito castello era giunto l'ululato dei lupi,il conte aveva esclamato ,con gli occhi scintillanti:ascoltate!! sono i figli della notte...che musica !e quando haker nel farsi la barba,si era lagliato aveva cercato di afferrarlo alla gola,mentre gli occhi gli ardevano in una sorta di furore,ma aveva ritirato la mano quando aveva toccato la catena di una croce appesa al collo del giovane....pochi istanti prima ,haker aveva constatato ke dracula,pur presente nella stanza ,non veniva riflesso dallo specchio!!!!......
08 enero ombra1. Dopo ventidue anni di incubo e terrore, salvo soltanto in virt— della
disperata convinzione della fonte mitica di talune impressioni, sono restio a garantire la veridicit… di ci• che credetti di scoprire nell'Au- stralia Occidentale la notte fra il 17 e il 18 luglio del 1935. Ho motivo di sperare che la mia esperienza fosse stata totalmente o in parte il frutto di un'allucinazione sono, difatti, numerosi i motivi che lo la- sciano supporre. Tuttavia il suo realismo fu terribile al punto da precludermi ogni speranza. Ma se la cosa accadde realmente, allora l'uomo deve essere pronto ad accettare una nozione del cosmo e del posto che egli occupa nel turbinoso vortice del tempo, tale che la sua semplice menzione Š gi… di per s‚ paralizzante. E doveroso inoltre metterlo in guardia contro un particolare pericolo in agguato, in forza del quale, pur non in grado di distruggere l'intera specie, potrebbe imporre il dominio di orrori mo. struosi e inimmaginabili su alcuni tra i membri pi— audaci di essa. Per quest'ultima ragione chiedo con tutta la forza del mio essere, che si rinunzi definitivamente a qualsiasi tentativo di dissotterrare quei frammenti di costruzioni ignote e primordiali che la mia spedizione si proponeva di investigare. Presumendo che fossi nel pieno possesso delle mie facolt… mentali l'esperienza di quella notte fu tale che nessun uomo ebbe mai a viver- ne una simile. Essa fu inoltre una conferma terrificante di tutto quel che avevo tentato di rifiutare in quanto frutto dei miti o dei miei sogni. Misericordiosamente non vi sono prove giacch‚, sopraffatto dal terro- re, ho perduto lo spaventoso oggetto che - semmai fosse stato reale lo avessi riportato alla luce da quell'abisso malsano - avrebbe costitui- to una testimonianza inconfutabile. Quando casualmente mi ritrovai dinanzi a quell'orrore, ero solo e sino ad ora, non ne ho fatto parola a nessuno. Non ho potuto impedi re che altri scavassero nella sua direzione ma, fino a oggi, il caso e lo spostarsi della sabbia li hanno salvati dall'imbattersi in esso. Adesso Š necessario che formuli delle precise dichiarazioni, non solo per il bene del mio equilibrio mentale, ma per avvertire coloro che si accingono a leggere seriamente quanto scriver•. Queste pagine - molte delle quali nelle prime parti risulteranno fami liari ai lettori assidui della stampa in generale e di quella scientifica in particolare - sono state scritte nella cabina della nave che mi riport• a casa. Le consegner• a mio figlio, il professor Wingate Peaslee dell Miskatonic University, l'unico membro della mia famiglia che mi sia stato vicino dopo la strana amnesia che mi colse tanto tempo fa, E' l'individuo che, pi— di chiunque altro, conosce i pi— intimi risvolti del mio caso. Tra tutte le persone viventi, egli Š probabilmente il meno proclive a ridicolizzare quanto mi appresto a narrare di quella notte fatale. Non ho creduto opportuno illuminarlo sull'evento occorsomi, verbal- mente, prima di salpare, in quanto ritengo sia meglio fargli pervenire la relazione in forma scritta. In tal modo, la possibilit… di leggere e rileggere comodamente il racconto, gli offrir… un quadro pi— convin- cente di quello che la mia lingua confusa potrebbe sperare di trasmet- tergli. Dopodich‚, far… di questo resoconto ci• che riterr… pi— appropriato; potr… rivelarlo, con un commento confacente, in qualunque settore entro il quale esso possa arrecare dei benefici. Nel rispetto di quei lettori che ignorano le fasi iniziali che hanno caratterizzato il mio caso, la rivelazione sar… preceduta da un ampio riassunto che illustri loro l'antefatto. Mi chiamo Nathaniel Wingate Peaslee, e coloro i quali rammentano le storie apparse sui giornali di una generazione fa - o le lettere e gli articoli pubblicati sulle riviste di psicologia sei o sette anni addietro - sapranno chi sono e che cosa sono. Difatti, tutti i particolari riguar- danti la mia strana amnesia negli anni dal 1908 al 1913, riempirono la stampa, e se ne dissero tante sulle tradizioni di orrore, follia e Strego- neria che si celavano dietro l'antica citt… del Massachusetts, che oggi come allora costituisce la mia residenza. Eppure avrei dovuto essere ben consapevole del fatto che non esiste ombra di follia o di mistero nel mio retaggio familiare, come nella mia vita giovanile. E questo Š un elemento di somma importanza in considerazione dell'ombra che si abbatt‚ subitaneamente su di me a opera di fonti esterne. Si pu• forse immaginare che secoli di oscure meditazioni abbiano conferito ad Arkham, cadente e perseguitata dalle dicerie, una pecu- liare vulnerabilit… riguardo a tali ombre, quantunque anche ci• appaia dubbio alla luce degli altri casi che ebbi modo di studiare successiva- mente. Ma il punto fondamentale consiste nel fatto che la mia proge- nie e il mio passato sono assolutamente normali. Quel che accadde, giunse da qualche altra parte, da dove... ancor oggi esito a riferirlo esplicitamente. Sono il figlio di Jonathan e Hannah (Wingate) Peaslee, ambedue di una sana, vecchia stirpe di Haverhill. L nacqui e crebbi, nella vecchia fattoria di Boardman Street nei pressi di Golden Hill, e mi trasferii ad Arkham soltanto nel 1895, quando entrai alla Miskatonic University, in qualit… di lettore di Economia politica. Per altri tredici anni la mia vita scorse felice e priva di avversit…. Nel 1896 sposai Alice Keezar di Haverhill, dalla quale ebbi tre figli, Ro- bert, Wingate e Hannah, nati rispettivamente nel 1898, 1900 e 1903. Nel 1898 divenni professore aggiunto e nel 1902, professore di ruolo. Mai dimostrai il pur minimo interesse per l'occultismo o la parapsico- logia. Fu il gioved, 14 maggio del 1908, che fui colto da una misteriosa amnesia. La cosa sopraggiunse pressoch‚ improvvisa, sebbene in se- guito mi rendessi conto che le visioni brevi e baluginanti di parecchie ore prima - visioni caotiche che mi turbarono enormemente proprio perch‚ senza precedenti - evidentemente ne erano state i sintomi pre- monitori. La testa mi doleva e avvertivo la strana sensazione - per me assolutamente nuova - che qualcun altro stesse tentando di imposses- sarsi dei miei pensieri. Il collasso si verific• verso le dieci e venti del mattino, mentre tenevo una lezione del VI corso di Economia Politica - storia e attuali tenden- ze della scienza economica - a diverse matricole e a qualche studente del secondo anno. Cominciai a vedere strane forme dinanzi agli occhi, e mi pareva di trovarmi in una stanza bizzarra, diversa dall'aula. I miei pensieri e le mie parole presero a divagare dall'argomento, e gli studenti si accorsero che stava accadendo qualcosa di serio. Dopo- dich‚, privo di sensi, mi accasciai sulla sedia, sprofondato in uno stato di torpore dal quale nessuno riusc a scuotermi. N‚ le mie naturali facolt… ripresero a mirare la luce quotidiana del nostro vecchio mon- do, per cinque lunghi anni, pi— quattro mesi e tredici giorni. Naturalmente appresi poi da altri quel che avvenne dopo. Bench‚ fossi stato riportato a casa, al 27 di Crane Street, e mi fosse stata pre- stata la migliore assistenza medica, non diedi segno di riprendere co- noscenza per sedici ore e mezza. Alle tre del mattino del 15 maggio, i miei occhi si riaprirono e comin- ciai a parlare ma, ben presto, i medici e i miei familiari furono terro- rizzati dalla maniera in cui mi esprimevo e dal linguaggio che usavo. Risult• evidente che non ricordavo affatto la mia identit… e il mio pas- sato sebbene, per qualche motivo, sembrassi ansioso di celare questo mio stato. Fissavo stranamente le persone che mi attorniavano e con- traevo in maniera del tutto insolita i muscoli facciali. Persino le parole parevano stentate ed estranee. Usavo gli organi vo- cali in modo goffo e insicuro, e la mia dizione risultava curiosamente ampollosa, quasi che il mio inglese libresco fosse il frutto di un labo- rioso studio. La pronunzia suonava barbaramente estranea, mentre l'i- dioma mostrava nel contempo residui di curiosi arcaismi ed espressio- ni dal contenuto totalmente incomprensibile. Tra queste ultime, ve n'era una in particolare che, dopo venti anni, il pi— giovane dei medici ricordava ancora in modo vivido e terrificante. In effetti, in quel periodo, dapprima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, quella bizzarra espressione entr• nel linguaggio corrente e, mal- grado la sua considerevole complessit… e l'inconfutabile novit…, essa riproduceva in ogni minimo particolare il linguaggio sconcertante-di cui nel 1908 si serviva lo strano paziente di Arkham. Recuperai immediatamente la forza fisica, anche se, curiosamente, mi fu necessaria una notevole opera di rieducazione nell'uso delle mani, delle gambe e dell'apparato corporeo in generale. Per questo, e per i problemi connessi alla perdita della memoria, fui sottoposto per un certo periodo a un'accurata sorveglianza da parte dei medici. Allorch‚ mi accorsi che i tentativi di nascondere l'amnesia erano fal- liti, riconobbi apertamente di esserne affetto, e presi a mostrarmi avi- do di appropriarmi di ogni sorta di informazioni. Di fatto parve ai medici che io avessi perduto qualsiasi interesse per la mia vera perso- nalit…, nel momento in cui avevo scoperto che l'amnesia veniva consi- derata un fatto del tutto naturale. Essi notarono che i miei sforzi principali erano orientati verso l'ap- profondimento di determinati punti della storia, della scienza, dell'ar- te, del linguaggio e del foLklore - alcuni dei quali erano terribilmente astrusi, laddove altri apparivano di una semplicit… puerile - che tutta- via in molti casi rimanevano, assai curiosamente, al di fuori della mia conoscenza. Ma, contemporaneamente, notarono la mia inspiegabile padronanza di numerose cognizioni pressoch‚ ignote: una padronanza che propen- devo pi— a celare che a esibire. Mi capitava inavvertitamente di far riferimento con sicurezza casuale ad avvenimenti specifici, risalenti a epoche oscure, fuori dell'area della storia riconosciuta. E, quando mi avvedevo dello stupore che i miei riferimenti provocavano, cercavo di farli apparire come motti scherzosi. Quanto al futuro poi, ne parlavo in un modo tale che, due o tre volte, fui causa di veri e propri spaventi. Ben presto, quegli sprazzi inquietanti cessarono, anche se alcuni os- servatori ne attribuirono la scomparsa pi— a una furtiva prudenza da parte mia, che non all'esaurimento di quella strana conoscenza che stava loro a monte. Apparivo infatti pervaso da un'anomala avidit… di assimilare la lingua, i costumi, e le prospettive dell'epoca nella quale mi trovavo, quasi fossi uno studioso proveniente da una lontana terra straniera. Non appena mi fu consentito, presi a frequentare la biblioteca a qua- lunque ora; e, di l a poco, cominciai a progettare gli strani viaggi e i corsi speciali presso le universit… americane ed europee, che negli anni seguenti avrebbero suscitato tanti commenti. Non ebbi mai a soffrire per la mancanza di contatti con persone eru- dite, perch‚ il mio caso aveva destato un certo interesse tra gli psicolo- gi dell'epoca. Fui oggetto di conferenze in quanto tipico esempio di doppia personalit…, quantunque, di tanto in tanto, sconcertassi i con- ferenzieri con bizzarri sintomi o con una traccia, argutamente velata, di strana ironia. Tuttavia, di cordialit… autentica ne ricevetti ben poca. Qualcosa nel mio aspetto e nel mio modo di esprimermi suscitava vaghi timori e una certa ostilit… in tutti coloro che avevo modo di conoscere, quasi fossi stato un essere infinitamente lontano da tutto ci• che era normale e sano. L'idea di un nero orrore nascosto legato ad abissi incalcolabili, e il senso di una sorta di distanza, erano curiosamente diffusi e saldi. La mia stessa famiglia non fece eccezione. Dal momento del mio strano risveglio, mia moglie aveva preso a guardarmi con estremo or- rore e ripugnanza, giurando che ero un perfetto estraneo, usurpatore del corpo di suo marito. Nel 1910 ottenne il divorzio, e non acconsent mai pi— a rivedermi, neanche quando, nel 1913, fui tornato alla nor- malit…. I suoi sentimenti furono condivisi dal mio figlio maggiore e dalla mia figlia minore, nessuno dei quali ho mai pi— rivisto. Soltanto il mio secondogenito, Wingate, parve capace di vincere il terrore e la repulsione che il mio mutamento aveva destato. Di fatto anche lui vedeva in me un estraneo ma, bench‚ avesse soltanto otto anni, si aggrapp• saldamente alla fede che in me sarebbe tornato il mio vero io. E, quando ci• avvenne, lui mi rintracci• e il tribunale lo affid• a me. Negli anni seguenti mi aiut• negli studi verso i quali mi ero indirizzato, e oggi, a trentacinque anni, Š professore di Psicologia presso la Miskatonic University. Ad ogni modo, non mi stupisco per l'orrore che suscitai, giacch‚, in- dubbiamente, i pensieri, la voce e le espressioni facciali dell'essere che si svegli• quel 15 maggio del 1908, non appartenevano a Nathaniel Wingate Peaslee. Non mi soffermer• a lungo nel narrarvi in che modo si svolse la mia vita negli anni tra il 1908 e il 1913; i lettori potranno facilmente co- glierne gli aspetti essenziali consultando - come io stesso ebbi a fare abbondantemente - gli archivi dei giornali arretrati e delle riviste scientifiche. Mi fu consentito di disporre del mio patrimonio, che presi a spendere lentamente e avvedutamente in viaggi e studi presso svariati centri di apprendimento. I miei viaggi furono, tuttavia, estremamente singolari, dato che contemplavano lunghe visite in luoghi remoti e desolati. Nel 1909 trascorsi un mese sull'Himalaya, e nel 1911 grande interesse fu destato da un viaggio che compii negli sconosciuti deserti dell'Ara- bia servendomi di cammelli. Cosa accadde durante quei viaggi, non- sono mai riuscito a saperlo. Nell'estate del 1912, noleggiai una nave e salpai alla volta dell'Artico, diretto a Nord dello Spitzbergen; ma, dopo, mostrai segni di delusio- ne. Successivamente, quello stesso anno, trascorsi alcune settimane in so- litudine oltre i limiti di esplorazioni da me gi… effettuate in precedenza o successivamente, tra i vasti sistemi di caverne calcaree della Virginia occidentale: labirinti tenebrosi, cos complicati, che sarebbe stato im- pensabile tentare di ripercorrere a ritroso i miei passi. I miei soggiorni presso le universit… furono caratterizzati da una rapi- dit… di assimilazione del tutto anomala, come se la mia seconda perso- nalit… fosse dotata di un'intelligenza immensamente superiore alla mia. Ho inoltre scoperto che i miei ritmi di lettura e di studio solitario, furono fenomenali. Riuscivo ad approfondire nei dettagli il contenuto di un testo, grazie a una semplice occhiata lanciata sfogliando le pagi- ne: e la mia abilit… di interpretare fulmineamente figure complesse era davvero sconcertante. Talvolta apparvero degli articoli piuttosto spiacevoli sul mio potere di influenzare i pensieri e le azioni altrui, malgrado i miei sforzi di ridurre al minimo lo sfoggio di questa mia facolt…. Altri articoli sgradevoli riguardarono la mia frequentazione di capi di gruppi di occultisti, e di studiosi sospettati di connivenze con innomi- nabili bande di ripugnanti gerofanti dei tempi remoti. Queste voci, quantunque non fossero risultate fondate all'epoca, furono indubbia- mente fomentate dal carattere ben noto delle mie lettere, visto che la consultazione di libri rari presso le biblioteche non pu• certo avvenire in segreto. Esiste la prova tangibile - sotto forma di note marginali - che esami- nai accuratamente testi come i Cultes des Goules del Conte d'Erlette, il De Verrnis Mysteriis, il Unaussprechlichen Kulten di von Junzt, i fram- menti residui dell'enigmatico Libro di Eibon, e il terrificante Necrono- rrucon dell'arabo pazzo Abdul Alhazred. Ma Š anche vero che, ai tem- pi del mio misterioso mutamento, si afferm• una nuova, perversa on- data di culti nefandi. Nell'estate del 1913 cominciai a manifestare segni di noia e il mio interesse prese a scemare: accennai cos a diversi colleghi che proba- bilmente di l a poco si sarebbe verificato un mutamento dentro di me. I miei discorsi lasciavano intendere che stessero riaffiorando i ricordi della mia vita passata, ma buona parte dei miei interlocutori mi giudi- carono insincero, giacch‚ tutti i ricordi a cui alludevo erano casuali, e tali che avrei potuto trarli da vecchi documenti privati. Verso la met… di agosto feci ritorno ad Arkham e riaprii la mia casa di Crane Street, rimasta chiusa molto a lungo. Vi installai un congegno di aspetto assai curioso, costruito pezzo per pezzo da differenti fabbri- canti di apparecchiature scientifiche d'Europa e d'America, e accura- tamente escluso dalla vista di chiunque fosse stato in grado di analiz- zarlo. Coloro che lo videro - un operaio, una domestica, e la nuova gover- nante - affermano che si trattasse di uno strano miscuglio di barre, ruote e specchi, alto non pi— di sessanta cm, largo trenta, e profondo altrettanto. Lo specchio centrale era circolare e convesso. Tutto ci• Š confermato dai fabbricanti delle diverse parti, come pu• essere facil- mente dimostrato. La sera di venerd, 26 settembre, lasciai libere la governante e la ca- meriera fino al mezzogiorno dell'indomani. Nella casa le luci rimasero accese fino a tardi, e un uomo magro, bruno, con insolite sembianze da straniero, giunse in automobile. Era circa l'una del mattino quando le luci furono viste accese per l'ultima volta. Alle due e un quarto, un poliziotto osserv• che il luogo era buio, ma la vettura dello straniero sostava ancora lungo il marcia- piede. Alle quattro, l'auto se n'era certamente andata. Erano le sei quando una voce esitante e straniera chiese per telefono al dottor Wilson di recarsi a casa mia per destarmi da uno strano svenimento. Si stabil in seguito che la telefonata - interurbana - pro- veniva da una cabina pubblica sita nella stazione nord di Boston, ma non fu mai rinvenuta alcuna traccia del magro forestiero. Quando il medico giunse a casa mia, mi trov• in soggiorno, privo di sensi, su una poltrona alla quale era stato accostato un tavolo. Sul piano levigato si notavano dei graffi, dai quali si intuiva che vi fosse stato poggiato un oggetto piuttosto pesante. Il misterioso aggeggio per• era sparito, e nessuno ne seppe mai pi— nulla. Indubbiamente doveva essere stato portato via dallo smunto forestiero. Il caminetto della biblioteca era colmo di cenere, lasciata evidente- mente dalla combustione di ogni frammento residuo di carta, su cui avevo annotato i miei appunti dall'avvento dell'amnesia. Il dottor Wil- son mi riscontr• una respirazione anomala, ma dopo un'iniezione ipo- dermica, essa divenne pi— regolare. Alle undici e un quarto del 27 settembre, fui scosso da una violenta agitazione e il mio volto, che sino ad allora era stato una maschera, cominci• a mostrare segni di vitalit…. Il dottor Wilson not• che la mia espressione non era quella che aveva caratterizzato la mia seconda personalit…, ma era assai pi— simile al mio aspetto normale. Verso le undici e mezza, mormorai delle curiosissime sillabe, che apparivano aliene rispetto a qualsiasi linguaggio umano. Inoltre sembrava che lot- tassi contro qualcosa. Poi, appena dopo mezzogiorno, quando la go- vernante e la domestica erano gi… tornate, cominciai a mormorare in inglese. ®...degli economisti ortodossi di quel periodo, Jevons rappresenta la tendenza dominante verso la correlazione scientifica. Il suo tentativo di congiungere il ciclo commerciale di prosperit… e depressione con il ciclo fisso delle macchie solari costituisce forse l'apice di...¯ Nathaniel Wingate Peaslee era tornato; uno spirito per il quale il tempo era ancora il gioved mattina del 1908, con gli studenti di Eco- nomia che attenti alzavano lo sguardo verso la cattedra logora posta sulla pedana. il serpente dimareIl serpente di mare<>
>> di Rudyard Kipling
E se dubitate del mio racconto
Navigate sull'onda dei Mari del Sud; Andate dove il ramoso corallo è testimone
Di lotte per vite innumerevoli,
Dove, intomo alla barca abbandonata,
I molluschi color arcobaleno si gonfiano e fluttuano;
E, saltando dove l'ulva indugia,
La stella marina agita tutte le sue punte,
Dove, sotto le miriadi d'aculei,
II riccio scivola fra lo scoglio,
Una meraviglia arancione oscuratamente s'indovina
Dall'oscurità dove le seppie riposano,
Onneggiate sui fondali più cupi che nascondono
L'idrofide bianco e cieco e la sua sposa
Che, sonnecchiando, fiutano le navi da tanto tempo perdute
Calate dall'oscurità alle loro labbra.
In The Matter of One Compass
Chi asin nasce asin muore, e chi fu massone, massone resta, come chi fu giornalista una volta, sempre e in etemo giornalista rimarrà.
Eravamo in tre, tutti giornalisti, imbarcati come unici passeggeri su una "carretta" che andava dove gli armatori la spedivano. Aveva un tempo caricato minerale di ferro a Bilbao, era stata noleggiata dal govemo spagnolo per fare servizio a Manila e stava finendo i suoi giorni nel commercio indigeno di Città del Capo, con qualche viaggio occasionale nel Madagascar e perfino in Inghilterra.
Noi la trovammo caricata per Southampton e la prendemmo perché il prezzo del passaggio era molto conveniente. C'era Keller, d'un giornale americano, che tomava negli Stati Uniti reduce dalle esecuzioni di palazzo nel Madagascar; c'era un corpulento mezzo olandese, proprietario e direttore di un giomale dell'interno del paese vicino a Johannesburg, e c'ero io, che avevo solennemente rinunziato al giornalismo, facendo voti di dimenticare d'aver conosciuto la differenza che passava fra un articolo di spalla e un comunicato commerciale.
Ma, dieci minuti dopo che Keller mi aveva parlato, mentre il Rathmines lasciava Citta del Capo, avevo dimenticato l'indifferenza che volevo fingere e mi ero lanciato in un'accalorata discussione sull'immoralità di allungare i telegrammi oltre un certo limite fissato. Allora Zuyland uscì dalla sua cabina e fummo istantaneamente tutti a nostro agio perché, essendo uomini della stessa professione, non c'era bisogno di presentazioni. C'impadronimmo formalmente del vapore, spalancammo la porta del bagno passeggeri - sulle linee di Manila i gran signori non si lavano -gettammo fuori le bucce d'arancio e le cicche di sigaro che erano in fondo al bagno, pagammo un lascar perché ci facesse la barba durante il viaggio, e quindi ci chiedemmo i nomi l'un l'altro.
Tre uomini qualsiasi avrebbero litigato per la noia prima di arrivare a Southampton. Noi, in virtù della nostra professione, eravamo fuori del normale. Una larga percentuale delle storielle che circolano per il mondo, le trentanove che non si possono raccontare alle signore e l'unica che lo si può, sono proprietà comune derivata da una fonte comune. Ce le snocciolammo tutte, per questione di forma, con tutte le specifiche varianti locali che sono sorprendenti.
Poi vennero fuori, negli intervalli delle accanite partite a carte, storie più personali d'avventure e di cose viste e sofferte: ondate di panico fra gente bianca, quando il cieco terrore corre da uomo a uomo sul Ponte di Brooklyn e la gente si schiaccia a vicenda e a morte senza sapere il perché; incendi, e facce che aprono e chiudono orribilmente le loro bocche alle finestre dalle intelaiature fiammeggianti; naufragi fra gelo e neve, riferiti dall'equipaggio mezzo assiderato del rimorchiatore di salvataggio rivestito di nevischio; lunghe cavalcate dietro a ladri di diamanti; scaramucce sul veldt e nei consigli municipali con i Boeri; indiscrezioni sulla pigra e ingarbugliata politica di Città del Capo e la mulerule nel Transvaal; aneddoti di gioco, di cavalli e di donne, a decine e a centinaia, tanto che il Secondo di bordo, che ne aveva viste più di noi tre messi insieme, ma al quale mancavano le parole per rivestire i suoi racconti, se ne stava a bocca aperta fino all'alba. Quando i racconti erano esauriti, tornavamo alle carte, finché una mano giocata in modo strano o una osservazione occasionale spingeva l'uno o l'altro a dire: "Questo mi ricorda un uomo che...", oppure "Un caso che...", e giù gli aneddoti riprendevano mentre il Rathmines scalciava aprendosi la rotta verso nord attraverso il mare caldo.
Nella mattinata, seguita ad una notte particolarmente afosa, noi tre ce ne stavamo seduti immediatamente davanti alla tuga, dove un vecchio nostromo svedese che chiamavamo Frithiof il danese era al timone, fingendo di non riuscire ad ascoltare i nostri racconti. Una volta o due Frithiof aveva girato la ruota curiosamente e Keller aveva alzato il capo dalla poltrona a sdraio per chiedere: "Che c'è mai? Non vi riesce tenerla?".
"Nell'acqua si sente qualcosa che non riesco a capire", disse Frithiof. "Mi pare di correre giù per un pendio o qualcosa di simile. Si govema male, stamattina."
Nessuno sembra conoscere le leggi che regolano il polso del mare. Talvolta anche un uomo di terraferma sente che l'oceano è inclinato a un'estremità, e che la nave si apre la via sopra un invisibile declivio; e talvolta, quando né tutto il vapore né il vento favorevole giustificano la lunghezza del cammino fatto in una giornata, il Capitano dice che la nave è inclinata e in discesa; ma, come avvengono questi alti e bassi, non è ancora stato autorevolmente stabilito.
"No, è un mare che viene al filo", disse Frithiof, "e con questo mare la nave non governa bene."
II mare era liscio come olio, eccetto l'onda lunga e regolare. Mentre stavo guardando sopra la murata per vedere da quale parte ci venisse di poppa, il sole s'alzò in un cielo del tutto sgombro e colpì l'acqua con i suoi raggi così bruscamente che il mare parve risonare come un gong brunito. La scia dell'elica e la sottile striscia bianca tracciata dalla sagola del solcometro, pendente dalla poppa, erano i soli segnali sull'acqua che l'occhio poteva discernere. Keller si alzò rivoltandosi dalla poltrona e andò a staccarsi un ananas fra quelli che erano appesi a maturare sotto la tenda a poppavia. "Frithiof, il solcometro è stanco di nuotare, e sta tomandosene a casa", disse con voce strascicante.
"Che cosa?", chiese Frithiof, e la sua voce fece un salto di parecchie ottave.
"Torna a casa", ripete Keller appoggiato sulla poppa. Gli corsi al fianco, e vidi la sagola del solcometro, che fino ad allora era stata tesa sopra la ringhiera di poppa, mollarsi in bando, aggrupparsi e spuntare fuori dal giardinetto. Frithiof chiamo il ponte dal tubo e il ponte rispose: "Sì, nove nodi". Allora Frithiof parlò di nuovo e gli fu risposto: "Che volete dal Capitano?", e Frithiof mugghiò: "Chiamatelo in coperta".
Dopo di che Zuyland, Keller e io stesso, fummo presi alquanto dall'eccitazione di Frithiof, perché a bordo ogni emozione è facilmente propagabile. II Capitano venne fuori correndo dalla sua cabina, parlò con Frithiof, guardò la sagola del solcometro, saltò sul ponte di comando e in un minuto sentimmo che il vapore virava come Frithiof voleva.
"Torniamo a Città del Capo?", chiese Keller.
Frithiof non rispose e continuò a far girare la ruota. Poi ci fece cenno di dargli una mano e tutt'e tre ci mettemmo a far forza perché la ruota girasse e il Rathmines rispondesse al timone, e ci trovammo a guardare il bianco della nostra scia con ancora il mare calmo come olio tagliato dalla nostra prua, sebbene non andassimo che a mezza forza.
II Capitano tese il braccio dal ponte e gridò. Un minuto dopo avrei dato chissa che cosa per aver urlato anch'io, perche una metà del mare sembrava esser salita sull'altra metà e arrivava nella forma d'una montagna. Non aveva né cresta, né pettine, né riccio, non era che acqua nera con piccole onde nere che si inseguivano l'un l'altra intorno ai fianchi.
La vidi scorrere oltre e sopra il livello delle lamiere di prua del Rathmines prima che il piroscafo riuscisse a sollevare lo scafo, e conclusi che questo doveva essere l'ultimo dei miei viaggi sulla terra. Poi ci alzammo sempre più di continuo, finché sentii Keller, che mi diceva all'orecchio: "Le viscere dell'abisso, Gran Dio!" e il Rathmines rimase in equilibrio, con l'elica che vorticava e tambureggiava sul pendio d'una depressione che si allungava all'ingiù per un buon mezzo miglio.
Discendemmo in quel vuoto, con la prua sotto per la maggior parte e con l'aria che odorava di umido e di fango, come quella di un acquario vuotato. C'era una seconda montagna da risalire, questo lo vidi bene, ma l'acqua crollo a bordo e mi trascinò a poppavia finché mi schiacciò contro la porta della tuga e, prima che potessi prender fiato e aprir gli occhi di nuovo, rollavamo avanti e indietro in mezzo ad acque scatenate, con gli ombrinali che grondavano come tegole durante un temporale.
"Sono state tre ondate", disse Keller, "e il locale delle caldaie è allagato."
I fuochisti erano saliti sul ponte, forse credendo di annegare. Accorse il Direttore di Macchina e li trascinò dabbasso, e l'equipaggio, ansante, cominciò a faticare alla goffa pompa del Ministero del Commercio. Questo non si dimostrava nulla di serio e quando capii che il Rathmines era realmente sopra l'acqua e non sotto, chiesi che cosa fosse avvenuto.
"II Capitano dice che sia stata un'esplosione sottomarina... un vulcano", rispose Keller.
"Non ci ha scaldati di certo", dissi. Io mi sentivo gelare, e il freddo era quasi sconosciuto in quelle acque. Scesi dabbasso a cambiarmi e, quando tomai in coperta, tutto era avvolto da una fittissima nebbia bianca.
"Ci saranno altre sorprese?", domandò Keller al Capitano.
"Non so. Contentatevi di essere ancora vivi, signori. Questo è un maroso straordinario scagliato in aria da un vulcano. Probabilmente il fondo del mare si e alzato un poco o è avvenuto qualcosa di simile. Quel che non riesco a capire è il freddo. II nostro termometro di marina segna che l'acqua in superficie è 44 gradi, mentre dovrebbe essere almeno 68 gradi."
"Che roba!", disse Keller, rabbrividendo. "Ma non sarebbe meglio badare alla sirena? Mi è parso di sentire qualcosa."
"Sentite! Santo Cielo!", disse il Capitano dal ponte. "Credevo che ci avreste pensato." E tirò la corda della sirena che del resto era piuttosto debole. II fischio spruzzo e fu strozzato, perché il locale delle caldaie era pieno d'acqua e i fuochi erano mezzo spenti, e infine lanciò fuori un lamento. Dalla nebbia gli fu risposto da una delle piu spaventose sirene a vapore che avessi mai sentito. Keller diventò bianco come lo divenni anch'io, poichè la nebbia, la fredda nebbia, era su di noi, e ogni uomo può esser perdonato per aver paura della morte che non vede.
"Date vapore!", disse il Capitano alla sala macchine. "Vapore per il fischio, anche se ci dovessimo fermare."
Fischiammo di nuovo e l'umidità gocciolò dalle tende sulla coperta mentre aspettavamo la risposta. Questa volta ci parve che venisse da poppavia, ma molto più vicina di prima.
"II Pembroke Castle ci viene addosso!", disse Keller, e poi aggiunse malignamente: "Be', grazie a Dio, lo porteremo a fondo con noi".
"E' un vapore a ruote", mormorai. "Non sentite le pale?"
Questa volta fischiammo e ruggimmo finchè ci manco il vapore, e la risposta quasi ci assordò. Ci fu un rumore di acqua pazzamente sferzata a forse una cinquantina di metri da noi, e qualcosa passò fulminea nella bianchezza, qualcosa che ci parve grigia e rossa.
"II Pembroke Castle con la chiglia all'aria", disse Keller che, essendo giornalista, cercava sempre di spiegar tutto. "Quelli sono i colori della Castle Line. Sta accadendo qualcosa di grosso."
"II mare è stregato", disse Frithiof dalla tuga. "Ci sono due vapori."
Un'altra sirena risono alla nostra prua e il nostro vaporetto rollò nello sciacquio di qualcosa che era passata non vista.
"Evidentemente siamo in mezzo a una flotta", disse Keller tranquillamente. "Se non ci sperona l'uno, lo fara l'altro. Ah! Che diavolo è questo?"
Fiutai, perché nell'aria fredda c'era un puzzo tremendo di rancido... un puzzo che avevo sentito prima.
"Se fossi a terra avrei detto che è un alligatore. Sa di muschio", dissi.
"Non basterebbero a produrlo diecimila alligatori", disse Zuyland. "Li ho gia sentiti."
"Stregato! Stregato!", disse Frithiof. "II mare si è rovesciato di sotto in su e noi camminiamo sul fondo."
Di nuovo il Rathmines rollò nello sciacquio di qualche nave invisibile, e un'onda grigio argento s'infranse a prua, lasciando in coperta uno strato di sedimento, quel sedimento grigio che si trova nelle insondabili profondita del mare. Uno spruzzo dell'ondata mi colpì in viso ed era talmente freddo che mi morse come fosse stato d'acqua bollente. L'acqua più morta e intatta del fondale era stata sollevata, spinta alla superficie dal vulcano sottomarino: quell'acqua gelida e immobile che uccide ogni vita e sa di desolazione e di vuoto. Non ci occorreva la nebbia accecante nè quell'indescrivibile puzzo di muschio ad atterrirci: tremavamo tutti di freddo e di paura dov'eravamo.
"E' l'aria calda sull'acqua fredda che produce la nebbia", disse il Capitano. "Si dovrebbe dissipare in poco tempo."
"Fischiate, oh, fischiate, e leviamoci di qui", disse Keller.
II Capitano fischiò di nuovo e lontano, molto lontano a poppavia, le invisibili sirene gemelle ci risposero. II loro urlo bruciante si fece più alto, finchè sembrò lacerare la nebbia proprio sopra il nostro quadrato, e io mi rannicchiai mentre il Rathmines si tuffava sotto una duplice ondata.
"Basta!", disse Frithiof. "Qui si sta male davvero. Andiamocene, in nome di Dio."
"Ora se una torpediniera con una sirena da City of Paris impazzisse e spezzasse gli ormeggi, e chiamasse una compagna in aiuto, sarebbe comprensibile che noi andassimo come andiamo ora. Altrimenti questa cosa..."
Le ultime parole si spensero sulle labbra di Keller, e gli occhi gli uscirono dall'orbita, mentre rimaneva a bocca aperta. Da un metro e ottanta a due metri e dieci sopra il portello delle murate, incomiciato dalla nebbia, e sospeso in aria come la luna piena, pendeva una specie di viso che non era umano, e di certo non era d'animale perché non poteva essere mai appartenuto a questa terra e noto all'uomo. La sua bocca era aperta, e rivelava una lingua assurdamente piccola, grottesca come quella di un elefante; aveva fitte rughe di pelle bianca agli angoli delle labbra aperte, i tentacoli bianchi d'un barbio pendevano dalla guancia inferiore, e nella bocca non c'era segno di denti. Ma l'orrore di quel muso stava negli occhi, bianchi nelle cavità come ossa raschiate, e ciechi. Eppure questo muso, rugoso come certe maschere di leoni nella scultura assira, era vivo di rabbia e di terrore.
Un lungo tentacolo bianco toccò le nostre murate, poi il muso scomparve con la rapidita d'una cecilia che rientra nel buco, e la prima cosa che ricordo è la mia voce nei miei orecchi, che diceva gravemente all'albero maestro: "Ma la vescica natatoria gli doveva esser stata tirata fuori della bocca, sapete".
Keller si chinò su di me con una faccia cenerina. Si mise la mano in tasca, prese un sigaro, gli staccò la punta coi denti, poi lo buttò via e si ficcò in bocca il pollice tremante, borbottando:
"L'uva spina gigante e le rane piovane! Dammi un fiammifero... dammi un fiammifero! Ti dico, dammi un fiammifero!". Una piccola peria di sangue gli cadde dalla giuntura del pollice. Rispettai il motivo, sebbene la manifestazione fosse assurda. "Fermo, non staccatevi il dito a morsi", dissi, e Keller si mise a ridere nervosamente mentre raccoglieva il sigaro. Soltanto Zuyland, appoggiato al portello delle murate, sembrava padrone di sè. Dichiarò piu tardi che era stato molto male. "L'abbiamo visto", disse, volgendosi intomo. "Ecco cos'è." "Che cosa?", chiese Keller, masticando il sigaro spento. Mentre parlava, la nebbia si squarcio, e vedemmo il mare, grigio di fango, che scorreva al nostro fianco e senza segno di vita. Poi in un punto gorgogliò e divenne come il vaso di unguento di cui parla la Bibbia.
Da quello scompiglio che s'allargava ad anello sorse una cosa - una cosa grigia e rossa con un collo - una cosa che urlava e si contorceva dal dolore. Frithiof tirò indietro il fiato e lo trattenne tanto che le lettere rosse che componevano il nome della nave, intrecciato attraverso la sua maglia, parvero staccarsi e cadere come se fossero caratteri malmessi. Poi disse, con un leggero chioccìo nella gola: "Ahimè! E' cieco. Hur illa! Quella cosa è cieca", e un mormorio di compassione corse fra noi tutti, perché vedevamo sull'acqua quella cosa cieca e sofferente.
Chissà chi le aveva squarciato e tagliato crudelmente i grandi fianchi, dai quali sgorgava il sangue. La grigia melma del fondale marino le si era posata sulle mostruose grinze del dorso e ne ricadeva a cateratte. La bianca testa cieca era gettata all'indietro e sbatteva sulle ferite, e il corpo, nel suo tormento, s'alzò netto sulle onde rosse e grige finchè ci rivelò un paio di spalle frementi rigate di alghe e rese ruvide dalle conchiglie, ma bianche come negli spazi liberi la testa pelata, senza crini, cieca e sdentata. Dopo, comparve un punto all'orizzonte, e si sentì il rumore di uno strido acuto, e fu come se in un attimo una spoletta attraversasse il mare e una seconda testa e un collo apparvero fra i traguardi spingendo un muro di acque mormoranti a dritta e a sinistra.
Le due cose s'incontrarono - intatta l'una e l'altra in un sussulto mortale - maschio o femmina, dicemmo; la femmina andava verso il maschio. Gli girò intorno mugghiando e gli posò il collo sulla curva del suo grande dorso di tartaruga, e lui scomparve per un attimo sott'acqua, ma poi riapparve, grugnendo dal dolore mentre il sangue sgorgava. Una volta tutta la testa e il collo balzarono fuori dall'acqua e s'irrigidirono, e io sentii Keller dire, come se stesse osservando un incidente sulla strada: "Dategli aria. Per amor di Dio, dategli aria!". Poi la lotta con la morte comincio con crampi, contorcimenti, e sbalzi della massa bianca qua e là, finchè il nostro vaporetto rollò di nuovo mentre ogni grigia ondata ricopriva le sue lamiere di quella melma.
II sole era terso, non c'era vento, e noi tutti osservavamo: l'intero equipaggio, i fuochisti e gli altri, invasi dallo stupore e dalla pietà, soprattutto dalla pietà. Quell'essere era assolutamente privo di difesa e, se si eccettua il suo compagno, estremamente solo. Nessun occhio umano avrebbe dovuto vederlo: era mostruoso e indecente esporlo così in acque tanto frequentate. Era stato vomitato alla superficie, squarciato e morente, dal suo riposo sul fondale marino, dove avrebbe potuto vivere fino al Giorno del Giudizio, e noi vedevamo le sue forze vitali scaturire come una marea furiosa spinta attraverso gli scogli da una tempesta scatenata verso terra. La sua compagna si dondolava sull'acqua a poca distanza, mugghiando continuamente, e il puzzo di muschio si abbassò sulla nave e ci fece tossire.
Infine la battaglia per la vita cessò in uno sbattere di onde colorate. Vedemmo il collo che si contorceva ricadere come un flagello, e la carcassa rivoltarsi di sghembo, mostrando lo scintillare di un ventre bianco e l'aggiunta di una gigantesca zampa posteriore o natatoria. Poi tutto affondò e il mare ribollì su tutto, mentre la compagna nuotava tutt'intorno, lanciando la testa in tutte le direzioni.
Sebbene nutrissimo il timore che essa avebbe potuto attaccare il vapore, nessuna forza sulla terra avrebbe potuto togliere uno di noi dal posto che occupava in quel momento. Tutti osservavamo trattenendo il fiato. La compagna s'interruppe nella sua ricerca, e sentivamo le acque batterle lungo i fianchi; poi alzò il collo in tutta la sua lunghezza, cieca e sola nell'immensa solitudine del mare, e lanciò sulle onde un urlo lacerante come si lancia una conchiglia vuota attraverso uno stagno. Quindi si diresse rapidamente verso ponente, con il sole che le splendeva sulla testa bianca e sulla scia che si lasciava dietro, finchè non fu che un punto argenteo sull'orizzonte. Eravamo di nuovo sulla nostra rotta e il Rathmines, coperto da prua a poppa di sedimenti marini, sembrava una nave incanutita dal terrore.
"Dobbiamo mettere insieme i nostri appunti", fu la prima osservazione coerente di Keller. "Siamo tre abili giornalisti... e abbiamo il fatto più straordinario che si sia mai dato di vedere. A ciascuno il suo."
Mi opposi. Non si guadagna nulla dalla collaborazione giornalistica quando bisogna servirsi degli stessi fatti; così ognuno si mise al lavoro per conto proprio. Keller impostò il suo articolo su tre titoli, parlò del nostro "bravo Capitano" e concluse con un'allusione all'audacia americana, dato sì che un cittadino di Dayton, Ohio, aveva visto il serpente di mare. Una cosa del genere avrebbe screditato la Creazione molto più d'un semplice racconto di mare ma, come campione dello scrivere per geroglifici d'un popolo civile soltanto a metà, era molto interessante.
Zuyland ne tirò fuori una poderosa colonna e mezza, dando lunghezza e giustezza approssimativa e l'elenco completo dell'equipaggio dal quale aveva raccolto una testimonianza giurata sui fatti. Non c'era nulla di fantastico e di folgorante in Zuyland. Io scrissi all'incirca i tre quarti di una colonna borghese interlineata, astenendomi da qualunque trucco giornalistico per motivi che cominciavano ad apparirmi fin troppo chiari.
La gioia aveva reso insolente Keller. Egli aveva intenzione di telegrafare da Southampton al World di New York, spedire l'articolo in America lo stesso giorno, sbalordire Londra con la sua intestazione su tre colonne, e sgomentare la terra in genere.
"Vi farò vedere come so far funzionare una notizia sensazionale quando vi ho messo le mani sopra", disse.
"E' la prima volta che venite in Inghilterra?", chiesi.
"Sì", rispose. "Mi sembra che non apprezziate molto la bellezza della nostra strabiliante notizia. E' enorme... la morte del serpente di mare! Santo Cielo, giovanotto, e il più gran successo consentito a un giornale!"
"E non è curioso pensare che non comparira mai su un giornale?", chiesi. Zuyland, che era vicino a me, fece un rapido cenno d'assenso con il capo.
"Che volete dire?", chiese Keller. "Se siete abbastanza inglese da buttar via questa fortuna, io non lo sono. Credevo che foste un giomalista."
"Lo sono. Ed è per questo che lo so. Non fate lo scemo, Keller! Ricordate che ho settecento anni piu di voi e che quello che potranno imparare i vostri nipoti io l'ho imparato cinquecento anni fa dai miei antenati. Non lo farete, perché non lo potete fare."
Questa conversazione si svolgeva in alto mare, dove tutto sembra possibile, a qualche centinaio di miglia da Southampton.
Doppiammo Needles Light all'alba, e il giorno nascente ci rivelò le ville fatte a stucco sul verde e la terribile simmetria dell'Inghilterra, linea su linea, muro su muro, solidi dock di pietra e moli monolitici. Aspettammo un'ora sotto la tettoia della dogana e ci fu tutto il tempo perché l'effetto trasparisse.
"Ora, Keller, attaccate la vostra solfa. UHavel parte oggi. Impostate", gli dissi, "impostate, e poi vi condurrò all'ufficio del telegrafo."
Sentii Keller respirare affannosamente come se fosse preso dall'influenza della terra, che lo intimoriva, così come dicono che la landa di Newmarket impaurisca un puledro nuovo alle corse all'aperto.
"Vorrei ritoccare un po' l'articolo. Se aspettassimo fino a Londra?", disse. A proposito, Zuyland aveva fatto a pezzi e gettato fuori bordo il suo scritto quella mattina presto. Le sue ragioni erano le mie.
In treno Keller cominciò a rivedere la sua copia e, ogni volta che guardava i piccoli campi pettinati, i villini rossi, la banchina lungo il Tamigi, il suo lapis turchino faceva dei segni sulle cartelle. Sembrava che avesse dragato il vocabolario per gli aggettivi. Non riuscivo a ricordarmene uno che non avesse usato. Eppure era un ottimo giocatore di poker che non mostrava mai una carta in più di quelle che erano sufficienti a formare la combinazione.
"Non gli lascerete nemmeno un urlo?", chiesi in tono di compatimento. "Lo sapete che in America ogni cosa va, da un bottone dei calzoni a un'aquila bicipite."
"E' questo è il guaio", disse Keller a bassa voce. "Le sballiamo sempre tanto grosse che, quando per una volta avviene che si dica l'aurea verità... mi piacerebbe provare con un giornale di Londra. Ma in questo caso avete il diritto di precedenza."
"No, davvero. Non parlerò affatto della cosa sui nostri giornali. Sarò molto felice di lasciarveli; ma di certo telegraferete in patria?"
"No, se posso sfruttare qui questa notizia straordinaria e vedere i Britanni balzare in piedi."
"Non ci riuscirete, datemi retta, con tre colonne a quella maniera. Non saltano su tanto facilmente come tanta altra gente."
"Comincio a crederlo anch'io. Non c'è nulla che possa sbalordire questo paese?", chiese, guardando fuori dal finestrino. "Quanto avrà quella fattoria?"
"E' nuova. Non può avere che duecento anni, al massimo."
"Uhm! E i campi pure?"
"Quella siepe deve esser stata tosata a quel modo per circa ottant'anni."
"E la mano d'opera è a buon mercato, eh?"
"Piuttosto. Be', immagino che vorrete tentare al Times, no?"
"No", disse Keller, guardando la Cattedrale di Winchester. "Tanto varrebbe cercar di elettrizzare un pagliaio. E, pensando che il World avrebbe fatto tre colonne, e ne avrebbe chieste delle altre... e con illustrazioni! E' disgustoso!"
"II Times forse le potrebbe accettare...", dissi.
Keller gettò il giornale dall'altra parte del vagone ed esso si aprì in tutta l'austera maestà dei suoi caratteri compatti... s'aprì con lo scricchiolio di un'enciclopedia.
"Forse! Con i vostri "forse" perforereste le corazze d'un incrociatore. Guardate la prima pagina!"
"E così che l'intendete?", dissi. "Allora vi raccomando di cercare un giornaletto frivolo."
"Con una storia come la mia... la nostra? E' storia sacra!"
Gli mostrai un giornale che pensavo gli sarebbe dovuto piacere, perché era fatto all'americana.
"Questo pare roba nostra", disse Keller, "ma non è quello che ci vuole. Preferisco una di queste massicce e antiche colonne del Times. Forse ci dev'essere un Vescovo in redazione."
Quando arrivammo a Londra, Keller scomparve in direzione dello Strand. Che cosa gli sia capitato non lo so, ma sembra che invadesse la redazione d'un giomale della sera alle 11,45 (gli avevo detto che a quell'ora i direttori inglesi hanno poco o nulla da fare), e facesse il mio nome come testimone della verità del suo racconto.
"Per poco non mi hanno scaraventato dalle scale", disse Keller furibondo a colazione. "Appena feci il vostro nome, il "vecchio" mi disse che dei vostri scherzi ne avevano abbastanza e che sapevate bene le ore in cui si riceve, se avevate qualcosa da offrire, e che volevano vedervi sulla forca prima di aiutarvi a gonfiare una delle vostre maledette balle. A ogni modo, dite un po': che registro tenete per la verità, in questo paese?"
"Una bellezza. Siete voi che gli correvate incontro e non l'avete capito. Be', lasciate in pace i giornali inglesi e telegrafate a New York. Lì funziona tutto."
"Ma non vi rendete conto che è appunto per questo?", ripete Keller.
"Me ne sono accorto da un bel po'. Allora, non volete telegrafare?"
"Sì, telegraferò", rispose con l'eccessiva enfasi di chi non sa bene che cosa vuol fare.
Quel pomeriggio lo condussi in giro un po' dappertutto, per le strade che corrono fra i marciapiedi come canali di lava in movimento, su ponti che son fatti di pietre durevoli, attraverso sottopassaggi pavimentati e fiancheggiati da grossi massi di cemento, fra case che non sono mai restaurate, e per gradinate che scendevano al fiume e che, all'occhio, parevano scavate nella viva roccia. Una nebbia nera ci cacciò dentro l'Abbazia di Westmioster e, stando lì al buio, sentivamo le ali dei secoli morti roteare intomo alla testa di Litchfield A. Keller, giornalista di Dayton, Ohio, usa, la cui missione era quella di far sbalordire i Britanni.
Keller incespicava e respirava affannosamente nelle fitte tenebre, mentre agli orecchi confusi gli giungeva il frastuono del traffico.
"Andiamo all'ufficio postale a telegrafare", gli dissi. "Non sentite il World di New York richiedere a gran voce le notizie dell'enorme serpente di mare, cieco, bianco, che puzzava di muschio, colpito a morte da un vulcano sottomarino, e assistito dall'amorosa consorte nella sua morte in pieno oceano, come fu visto da un cittadino americano, un allegro, immaginoso e geniale giornalista di Dayton, Ohio? Via per l'Ohio! Andiamo, svelti! Spalancate le porte! Szz! Bum! Aah!"
Keller aveva studiato a Princeton e sembrava che avesse bisogno d'incoraggiamento.
"Mi avete portato sul vostro terreno", disse, frugando nella tasca del soprabito. Ne trasse il suo articolo, con i moduli telegrafici - perché aveva già scritto il telegramma - e mi pose il tutto in mano brontolando: "Passo. Se non fossi venuto in questo maledetto paese... Se avessi spedito il tutto da Southampton... Se mai vi cogliessi a ponente degli Alleghani, se...".
"Non ve la pigliate, Keller. Non è colpa vostra. È colpa del vostro paese. Se aveste avuto settecent'anni di più, avreste fatto quel che sto per fare io."
"Cosa state per fare?"
"Narrerò la cosa come se fosse una bugia."
"Ne farete un racconto?" Disse questo con il disprezzo d'un giornalista purosangue per quel ramo illegittimo della professione.
"Chiamatelo come vi fa piacere. Io lo chiamo una menzogna."
Ed una menzogna è diventata; perché la Verità è una donna nuda e, se per caso è tratta dal fondo del mare, spetta ad ogni gentiluomo di darle una sottana o di voltarsi verso il muro giurando di non aver visto nulla.
morti viventi...rituali delle indie occidentali i fedeli danzano fino a cadere in trance.....< rituali.....veritò o invenzionè!!!! nel 1962 ,stando al certificato di morte , un contadino haitano -certo clairvius narcisse -mori
nei pressi del suo villaggio natale...
benkè fosse sempre stato sano e forte,aveva cominciato ad avere difficoltò respiratoie dopo una lite con il fratello, per una questione di terra.......comincio a sputare sangue e due giorni dopo era morto...
fu seolto nel piccolo cimitero del paese..
diciotto anni dopo ,nardisse gironzolava per la piazza del mercato dl villaggio...
come altri ,trovati a vagabondare nei pressi della città di cap-haitien ,egli dichiarò di essere stato dissepolto
d alcuni uomini che l'avevano picchiato brutalmente,obbligandolo a lavorare come uno skiavo zombie....
era uno degli abominevoli '' morti veventi'',a lungo considerati frutto di superstizione nell'isola dove dove si diceke il vudù
( culto prativato dalle popolazioni negre di haiti , che associa pratiche animistiche a riti cristiani) sia molto sentito....dopo 2anni di skiavitù, il suo padrone era stato ucciso, ma infelice non aveva osato tornare a casa finkè non era morto il fratello: speva che era sato lui la causa della sua trasformazione..
secondo gli esperti ,gli zombie vengono crerati da una pressione psicologica intesa e da certi farmaci esotici. in pratica,la vittima viene scelata dai familiari o dai vicini.che la tratano come se stesse realmente x morire...
le propinano,inoltre una sostanza estremamente tossica,la tretrodotossina,che puo uccidere o paralizare il soggetto.facendolo smbrare morto,ma lasciandolo cosciente.
per risvegliare la vittima,quando viene dissotterrata.il hougan,o sacerdote vudù,la nutre forzatamente con un impasto base di una pianta chiamata dai creoli'' cocomero dello zombie'' il nuoo zombie entra in uno stato di alterazione mentale cke lo priva delle emozioni e lo fa lavorare come un bestia ,finkè muore ò il pardrone ritiene ke abbia sofferto abbastanza.
04 enero you are dead
SHAMAIN La porta tra i mondi Shamain per i Celti era l’inizio dell’anno: al crepuscolo del 31 ottobre (la giornata per i celti inizia al tramonto del giorno precedente) il “confine” tra i vari mondi si fa piu’ tenue, ed e’ possibile per gli umani contattare altre dimensioni e per gli “abitanti” delle altre dimensioni raggiungere il nostro piano d’esistenza. Nel nostro mondo, nel cielo stellato, vive il Drago portatore di tutte le nostre contraddizioni. Nell’altra dimensione potremo trovare il Regno Solare e “Fatato” che a volte appare nei nostri sogni. Il portale che ci permette il passaggio ci ricorda, che, se vogliamo provare a passare, dobbiamo avere le nostre energie ben equilibrate (rappresentate dai due serpenti che avvolgono le due colonne); la consapevolezza della nostra dualita’ che dovremo lasciare al di qua della porta (l’intreccio celtico che appare sul portale); la sicurezza profonda della nostra eternita’ (l’intreccio che appare sul gradino); e infine, dobbiamo possedere la “Pazzia” del Coyote (il guardiano della porta) per poter effettuare il passaggio E’ Gea incinta della terra che permette l’apertura, il passaggio, ai Mondi dello Spirito. Infatti dietro di lei un intreccio celtico forma la grata della finestra circolare che si apre nei cieli negli otto momenti sacri dell’anno celtico: i due Solstizi e i due Equinozi (legati al corso del Sole nel cielo) e a Shamain (La festa di Ognissanti per i cristiani), Imbolc (la festa della Candelora, il primo di febbraio), Feltrane (Le Calendimaggio, il primo di maggio) e Lughnasad (la festa del Dio Lugh, il Sole, il primo di agosto) la leggenda di Jack O'LanternC’era una volta un uomo particolarmente incapace cui piaceva bere e giocare d’azzardo. Quest’uomo si chiamava Jack. Durante una notte di Halloween, Jack pensò di invitare il Diavolo a bere con lui, meditando di attirarlo in un trabocchetto. Così fece e dopo aver bevuto per tutta la sera con il Diavolo, Jack gli propose una scommessa: lo sfidò ad arrampicarsi su un albero affermando che non sarebbe mai stato in grado di farlo. Naturalmente al Diavolo non parve vero di vincere una scommessa così facilmente, e sorridendo prese a scalare l’alta pianta. Una volta che ebbe raggiunto la cima, però, Jack incise una croce sul tronco dell’albero intrappolandolo, poichè il simbolo sacro impediva al Demonio di scendere. A quel punto Jack propose di risolvere la questione facendo un patto: il Diavolo doveva impegnarsi a non tentarlo mai più e in cambio lui avrebbe tolto il sigillo dal fondo dell’albero permettendogli di ridiscendere; naturalmente il Diavolo fu costretto ad accettare. Gli anni trascorsero, anni durante i quali Jack condusse una vita tranquilla, non essendo più preda delle tentazioni dell’alcool e del gioco. Un bel giorno Jack morì , ma l’accesso al Paradiso gli fu negato a causa di tutti i vizi che avevano accompagnato la sua esistenza terrena. Fu così costretto ad avviarsi verso l’inferno, ma qui gli fu negato l’accesso dal Diavolo che in questo modo intendeva vendicarsi dello scherzo subito. Tuttavia il Diavolo era, in fondo, un buon diavolo e, mosso a pietà al pensiero del povero Jack costretto a vagare solitario nelle tenebre per l’eternità , gli donò un tizzone ardente con cui illuminare il suo cammino. Per mantenere acceso il tizzone il più a lungo possibile, Jack scavò una cipolla e ve l’infilò dentro, cominciando così il suo eterno pellegrinare. Da quel giorno, ogni notte di Halloween, quando si aprono le porte che conducono all’Altromondo, potete incontrare Jack, con la sua cipolla e il suo tizzone ardente, che passeggia per le strade della terra.. Anche se poi la cipolla è stata sostituita dalla zucca... per nessuno...Mi manchi di piu’ a Samhain Quando il confine diviene esile Aspetto che il velo sia scostato Al termine di un anno difficile. Dolce Spirito, che cammini tra noi Al varco di questa era Vedo il tuo volto oltre il crepuscolo E odo la tua voce nel vento. Al bagliore della candela, Nell’ombra sul muro riflessa Osservo ogni tuo movimento E riconosco il tuo passo all’entrata. Puoi sedere e passar la serata Mentre gia’ si spalanca la porta? Defunto antico, sia tu benvenuto Defunto recente, ti prego, sopporta. Quando giungi ti sento vicino In aria sollevo la mano Un momento, allora, siamo uniti Palmo a palmo insieme aspettiamo. Mi manchi di piu’ a Samhain Quando il confine diviene esile Stiamo insieme finch’ giunge l’alba Ci congediamo con voce flebile. |
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